martedì 26 giugno 2018
martedì 19 giugno 2018
giovedì 14 giugno 2018
martedì 12 giugno 2018
sabato 2 giugno 2018
MILENA GABANELLI -SPREAD E DEBITO PUBBLICO ITALIANO
Debito: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere.
Se l’Italia dovesse decidere di uscire dall’euro, dovrebbe versare alla Germania 443 miliardi, la Francia gliene dovrebbe versare 65, la Spagna 381 e così via:
il totale per la Bundesbank sono 923 miliardi.
Questa è la posizione dell’entourage Merkel e i numeri saltano fuori dai saldi del sistema di pagamento interbancario europeo, denominato Target 2.
Dobbiamo davvero pagare 443 miliardi alla Germania?
Questi saldi però hanno solo un significato contabile, come si evince da uno studio della London School of Economics, a meno che uno di questi Paesi non decida «domattina» di abbandonare l’Euro.
Quindi il problema è che se i tedeschi si stanno occupando della questione «saldi» vuol dire che stanno studiando il piano B della rottura dell’Euro per fare bottino.
È meglio saperlo per chiarire e negoziare in fretta questo punto insieme ai Paesi membri, anche perché in questo momento non abbiamo bisogno di aggiungere carburante alle speculazioni politiche.
L’invenzione dello spread In queste settimane Francia e Germania stanno decidendo le regole di funzionamento dell’Eurozona e noi, terzo paese per dimensione economica, a quel tavolo è come se non ci fossimo.
Il tema ruota attorno al debito pubblico:
non riusciamo ad abbatterlo perché siamo amministrati da una pessima classe dirigente, ma è anche vero che su questo debito noi paghiamo interessi del 2,4% (schizzati oggi al 3,21% per effetto della turbolenza politica), mentre la Francia paga lo 0,7% e la Germania lo 0,4%.
A queste condizioni la consistente parte sana del Paese non ce la farà mai.
Quando abbiamo deciso di adottare una moneta unica abbiamo rinunciato ai tassi di cambio, vuol dire avere un unico tasso di interesse e rischi condivisi.
Tradotto, 100 € di debito, valgono 100 € tanto a Berlino quanto a Roma.
Era così fino al 2010, quando è esplosa la crisi e la cancelliera Merkel e il presidente francese Sarkozy hanno avuto paura che i vari governi nazionali non si mettessero in riga per pagare i debiti.
Da allora ognuno per sé ed è comparso lo «spread».
La conseguenza è che quando la Bce, secondo le regole previste, presta dei soldi alle banche dei vari paesi dell’Eurozona, applica tassi di interesse diversi, a seconda del grado di rischio:
19 paesi, 19 tassi diversi.
Mentre perdiamo tempo arrivano le regole capestro Le regole che si stanno definendo per noi potrebbero essere un cappio:
le banche devono accantonare l’equivalente dei loro crediti deteriorati.
Significa che le nostre banche non potranno permettersi di prestare soldi a quell’azienda in difficoltà, a cui basterebbe un po’ di liquidità per ripartire.
E più aziende chiudono in Italia e meglio andranno le concorrenti tedesche o francesi.
Per quel che riguarda il debito dello Stato, non si deve sgarrare dai parametri del fiscal compact, e quindi:
riduzione della spesa e aumento delle tasse (vedi Iva).
Ma c’è una novità:
la possibilità di partecipare alla creazione di un fondo che compra un po’ di debiti (inclusi i nostri) degli Stati membri.
Un fondo che si finanzia emettendo titoli con 2 tassi d’interesse:
uno più alto perché più rischioso in quanto legato al debito dei paesi messi come Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e uno più basso legato al debito di Paesi sicuri come Francia e Germania.
In questo modo diventa regola l’euro a 2 velocità.
In pratica vuol dire che l’impresa o la banca italiana pagherà il denaro sempre più di quella francese o tedesca, ovvero ci stiamo facendo concorrenza sleale nonostante sia vietato dalla prima regola dei trattati.
La colpa è nostra se non riusciamo a sistemare i conti, ma di questo passo ci si avvita, perché non riesci a crescere, e tagliare la spesa (che è una misura urgentissima) non basta.
Se l’Italia dovesse decidere di uscire dall’euro, dovrebbe versare alla Germania 443 miliardi, la Francia gliene dovrebbe versare 65, la Spagna 381 e così via:
il totale per la Bundesbank sono 923 miliardi.
Questa è la posizione dell’entourage Merkel e i numeri saltano fuori dai saldi del sistema di pagamento interbancario europeo, denominato Target 2.
Dobbiamo davvero pagare 443 miliardi alla Germania?
Questi saldi però hanno solo un significato contabile, come si evince da uno studio della London School of Economics, a meno che uno di questi Paesi non decida «domattina» di abbandonare l’Euro.
Quindi il problema è che se i tedeschi si stanno occupando della questione «saldi» vuol dire che stanno studiando il piano B della rottura dell’Euro per fare bottino.
È meglio saperlo per chiarire e negoziare in fretta questo punto insieme ai Paesi membri, anche perché in questo momento non abbiamo bisogno di aggiungere carburante alle speculazioni politiche.
L’invenzione dello spread In queste settimane Francia e Germania stanno decidendo le regole di funzionamento dell’Eurozona e noi, terzo paese per dimensione economica, a quel tavolo è come se non ci fossimo.
Il tema ruota attorno al debito pubblico:
non riusciamo ad abbatterlo perché siamo amministrati da una pessima classe dirigente, ma è anche vero che su questo debito noi paghiamo interessi del 2,4% (schizzati oggi al 3,21% per effetto della turbolenza politica), mentre la Francia paga lo 0,7% e la Germania lo 0,4%.
A queste condizioni la consistente parte sana del Paese non ce la farà mai.
Quando abbiamo deciso di adottare una moneta unica abbiamo rinunciato ai tassi di cambio, vuol dire avere un unico tasso di interesse e rischi condivisi.
Tradotto, 100 € di debito, valgono 100 € tanto a Berlino quanto a Roma.
Era così fino al 2010, quando è esplosa la crisi e la cancelliera Merkel e il presidente francese Sarkozy hanno avuto paura che i vari governi nazionali non si mettessero in riga per pagare i debiti.
Da allora ognuno per sé ed è comparso lo «spread».
La conseguenza è che quando la Bce, secondo le regole previste, presta dei soldi alle banche dei vari paesi dell’Eurozona, applica tassi di interesse diversi, a seconda del grado di rischio:
19 paesi, 19 tassi diversi.
Mentre perdiamo tempo arrivano le regole capestro Le regole che si stanno definendo per noi potrebbero essere un cappio:
le banche devono accantonare l’equivalente dei loro crediti deteriorati.
Significa che le nostre banche non potranno permettersi di prestare soldi a quell’azienda in difficoltà, a cui basterebbe un po’ di liquidità per ripartire.
E più aziende chiudono in Italia e meglio andranno le concorrenti tedesche o francesi.
Per quel che riguarda il debito dello Stato, non si deve sgarrare dai parametri del fiscal compact, e quindi:
riduzione della spesa e aumento delle tasse (vedi Iva).
Ma c’è una novità:
la possibilità di partecipare alla creazione di un fondo che compra un po’ di debiti (inclusi i nostri) degli Stati membri.
Un fondo che si finanzia emettendo titoli con 2 tassi d’interesse:
uno più alto perché più rischioso in quanto legato al debito dei paesi messi come Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e uno più basso legato al debito di Paesi sicuri come Francia e Germania.
In questo modo diventa regola l’euro a 2 velocità.
In pratica vuol dire che l’impresa o la banca italiana pagherà il denaro sempre più di quella francese o tedesca, ovvero ci stiamo facendo concorrenza sleale nonostante sia vietato dalla prima regola dei trattati.
La colpa è nostra se non riusciamo a sistemare i conti, ma di questo passo ci si avvita, perché non riesci a crescere, e tagliare la spesa (che è una misura urgentissima) non basta.
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